giovedì 25 agosto 2022

Il sogno irrealizzato con Benvenuti

PERCHÈ SALTÒ IL MIO PROGRAMMA

DI BOXE CON NINO BENVENUTI 

Nel 1978 Ad Antenna Nord arrivai molto vicino a realizzare un mio grande sogno: conoscere il grande pugile che era stato il mio idolo fin da quando conquistò il titolo olimpico a Roma nel 1960 - Addirittura rischiai di condurre un programma di pugilato con lui - Il direttore della Tv di Rusconi, Lillo Tombolini convocò entrambi nel suo ufficio e insieme entrammo nei particolari - Eravamo in possesso dei filmati dei più grandi match della storia ed avevamo la disponibilità di Nino che li avrebbe commentati:

tutto era pronto - Ma non arrivò la pubblicità

che avrebbe coperto le spese - E il mio sogno svanì


di ACHILLE MEZZADRI



Nel 1978, pur facendo parte della redazione di Eva Express ero un assiduo collaboratore di Antenna Nord, e le mie giornate lavorative si svolgevano molto più in via Oldofredi, dove c'erano gli studi della televisione, che in via Vitruvio. E un giorno, nel periodo in cui conducevo San Siro Ieri con Eugenio Gallavotti, arrivai molto vicino a realizzare un mio grande sogno: conoscere, e perfino diventare amico, di Nino Benvenuti, il pugile che era stato il mio idolo fin da quando conquistò il titolo alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Ho già raccontato che nel periodo dell'adolescenza ero infatuato della boxe e, nonostante fossi mingherlino e avessi gli occhiali, mi sarebbe piaciuto diventare un pugile. Con le mie paghette settimanali compravo Boxe Ring ed ero informatissimo. Dopo le Olimpiadi di Roma e il passaggio al professionismo di Nino Benvenuti cominciai perfino a tenere su un mio quadernetto l'albo aggiornato dei suoi match. La prima vittoria ai punti in 6 riprese il 20 gennaio 1961 nella sua Trieste con il tunisino Ben Alì Allala. La seconda per KO alla terza ripresa a Roma con Nicola Sammartino. La terza per KO alla prima ripresa a Napoli nella rivincita con Ben Alì Allala. La quarta per KO alla terza ripresa a Bologna con il tunisino Sahib Mosri. La quinta ai punti in 6 riprese a Milano con lo jugoslavo Nic Maric. E avanti così, con puntiglio e precisione giornalistica. Il mio debutto nella carta stampata sarebbe avvenuto due anni dopo, nell'ottobre 1963, alla Gazzetta di Parma.

Benvenuti si avviò verso una carriera strepitosa, ricca di titoli europei e mondiali e fu ancora lui a farmi passare la notte in bianco (e a milioni di italiani) il 17 aprile 1967 quando strappò il titolo mondiale dei pesi medi a Emil Griffith al Madison Square Garden di New York. Io avevo compiuto 22 anni da due giorni e da quasi 14 mesi ero un cronista della Gazzetta di Parma. Ricordo quella notte nella redazione di cronaca ad ascoltare con i colleghi (Curti, Pressburger, Zani, Arlunno, Bellè, Tonarelli...) la storica entusiasmante radiocronaca di Paolo Valenti.
Ecco, ora chiunque può immaginare che cosa provai quando, nel 1978, Lillo Tombolini, direttore di Antenna Nord, mi convocò nel suo ufficio con Nino Benvenuti, per varare un programma di pugilato. Sergio Barbesta, della REA (Rusconi Editore Associati) aveva acquistato i diritti per pubblicare le sintesi dei più grandi match della storia della boxe e nel programma io avrei ricordato sinteticamente quegli incontri, che Benvenuti avrebbe commentato. Bingo! Ero fuori di me. Un programma di boxe da co-conduttore con Nino...  Ma i sogni non si realizzano gratis... Occorreva uno sponsor, insomma la pubblicità, per tenere in piedi il progetto. Ma non arrivò. E così, con il disappunto massimo di Tombolini, di Benvenuti e mio, il sogno svanì. Per lo stesso motivo non fu replicato San Siro Ieri e io "traslocai" a Gente, il settimanale diretto dal grande Antonio Terzi. Non ho mai potuto capire che cosa sarebbe stato della mia carriera se io fossi diventato partner di Nino Benvenuti in un programma Tv. (a.m.)

martedì 23 agosto 2022

L’incontro con l’attrice lanciata da Germi

 IN UN RISTORANTE DI ROMA

FECI PIANGERE DANIELA ROCCA

Mi ci vollero tre giorni e tre viaggi in Piemonte, Sicilia e Lazio per smontare lo “scoop”

che avrei potuto fare dopo la lettera inviata a “Eva Express” da una giovane signora di Valenza Po

- Il colpo di scena finale a Milano


di ACHILLE MEZZADRI

Tre giorni. Impiegai tre giorni e feci tre viaggi per scoprire che lo scoop suggerito da una lettera scritta a Eva Express da una giovane signora di Valenza Po, in provincia di Alessandria, non era uno scoop, ma una bu-fala. Ciò accadde nel 1977, quando a Eva arrivò appunto la lettera nella quale la donna sosteneva di essere la figlia segreta del grande regista Pietro Germi (scomparso tre anni prima) e dell’attrice Daniela Rocca, che allora aveva 40 anni (e che poi è scomparsa nel 1995).  In redazione capimmo che la lettera avrebbe potuto avere anche qualche fondamento di verità visto che nel 1961, durante le riprese di Divorzio all’italiana, il film diretto da Germi, con Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli e Daniela Rocca, era cominciata una tormentata storia d’amore tra il regista e la giovane attrice siciliana che prima di diventare attrice era stata eletta Miss Catania a 16 anni. A prima vista i conti non tornavano...

venerdì 12 agosto 2022

Gente di Alta Valseriana (2)

 


“ALL’HOTEL MILANO DI BRATTO

SI ENTRA CLIENTI E SI ESCE AMICI” 

Fabio Iannotta, general manager del prestigioso albergo 4 stelle di Bratto, racconta come una ex casa vacanze delle suore è diventata uno dei must della ricezione alberghiera nelle Orobie - “Fu mia nonna materna, negli anni ’50, a costruire l’edificio che ospitò per molte estati le Marcelline di Milano” - “Poi le religiose trovarono un’altra casa e così dal 1965 i miei genitori Tommaso e Maria inventarono l’Hotel Milano” - “La nostra regola principale è il rispetto della privacy” - “Non posso ignorare i momenti bui del covid, ma ci stiamo rifacendo alla grande” - “Mi piace condividere le mie idee con lo staff” - “La nostra è una squadra consolidata, è una famiglia” - “Il centro benessere, i sabati della cocktail mania, le grigliate in terrazza di luglio e agosto, la musica alla sera: insomma, ci diamo da fare...”

di ACHILLE MEZZADRI

Fabio Iannotta, 57 anni, non manca nemmeno uno dei requisiti del moderno general manager d’albergo. Fa il padrone di casa del gioiello di famiglia, l’Hotel Milano di Bratto, in Alta Valseriana, con eleganza e discrezione. Ha occhi che, senza darlo a vedere, sono il monitor personale sul quale segue ogni momento e ogni angolo, dalla reception al lounge bar, dal ristorante Al Caminone, alla terrazza. E’ una presenza che poco te ne accorgi, ma è fondamentale. Il motore che non sta mai in pausa. “Comincio”, mi dice “alle otto, otto e mezza del mattino e non so mai a che ora tornerò la sera a casa, che è a 400 metri da qui. Direi, sì, che il mio impegno, soprattutto in alta stagione e nei momenti clou, è trasversale. Mi piace dare il mio aiuto quando è necessario. Del resto la mia formazione professionale viene da lontano, esattamente.....

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mercoledì 10 agosto 2022

Gente di Alta Valseriana

 SIMONE: "COCKTAIL, MOTO

E... L'HOTEL MILANO.

QUESTA E' LA MIA VITA"

Le tre facce di Simone Monella, lo “storico” barman dell'Hotel Milano Alpen Resort a Bratto di Castione della Presolana -"La mia avventura qui è cominciata quattro giorni prima del Natale del 2004" - "Ho fatto il cameriere per anni, sono barman dal 2011" - “Appassionato di motori fin da bambino, sono fedele alla Ducati" - “Il Milano è la mia seconda casa" -"Tutti chiedono la mia versione del Negroni, ma io preferisco il Long Island" - "Resterò single fin che non troverò la donna che mi farà perdere la testa”

di ACHILLE MEZZADRI

Frequento l’Alta Valseriana, da villeggiante, da 35 anni. Terra di nativi illustri - Beppe Severgnini - ma anche di villeggianti storici famosi come Vincenzo “Paperika” Mollica e devo ammettere che, come loro, ormai mi sento anch’io un po’ di queste parti. Perché i bergamaschi di montagna mi piacciono: sono simpatici, lavoratori, conoscono l’arte del non abbattersi quando ti capitano addosso disgrazie impreviste. Ogni riferimento al covid è puramente voluto. Per questo ogni tanto mi piace conoscerli da vicino e raccontare le loro storie. Come quella di queste pagine. Simone Monella, classe ’88, scapolone convinto (fin che dura) è il barman dell’Hotel Milano, uno dei più prestigiosi fiori all’occhiello di tutta l’Alta Valle. Lo conosco da almeno undici anni e ho avuto tutto il tempo...

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martedì 18 gennaio 2022

La scomparsa di Alberto Michelotti

SARAI SEMPRE IL  MIO BARACÓN

Non è stato soltanto un grande arbitro di calcio e un grande parmigiano - È stato soprattutto una persona perbene, un portatore d'amicizia - Avere l'onore del suo affettoi era una medaglia da puntarsi al cuore - E io non la toglierò mai

di ACHILLE MEZZADRI



Ciao Baracón, cme vala?”. “Incó a són fóra cme un balcón”. Cominciavano così, a volte, le nostre telefonate. Eravamo amici da poco più di 12 anni e gli piaceva essere chiamato così dagli “intimi”, ed infatti era come se fossimo carsù insèmma, nonostante la differenza d’età. Io  sono cresciuto dedchì e lui dedlà da l’acua, ma avevamo molto in comune: l’amore per Parma, per il Parma, per la musica lirica, per la famiglia, per le tradizioni, per il djalètt pramzàn. Da quando l’ho conosciuto ho capito che dietro la maschera del guascone senza peli sulla lingua c’era una persona perbene, un portatore d’amicizia, quell’amicizia che portava sulle sue spalle forti come una bandiera. Ciao Baracón, cme vala? Oggi  non può rispondermi, purtrop-po, ma so che se potesse lo farebbe con una di quelle sue ridacchiate travolgenti e una frase strappalacrime ma detta con allegria: co’ vót ch’a t’ digga? A són rivè dala mia Laura…”. 
La sua Laura, la moglie scomparsa un anno fa, il punto fermo della sua vita, l’approdo sicuro dopo ogni avventura nei campi di calcio e nelle strade della vita. Ricordo quando volli festeggiare il suo novantesimo compleanno con un breve video di 5 minuti, Alberto Michelotti da Parma (visibile su Youtube), nel quale raccontavo la sua vita. Lo inviai a Sonia che.....

giovedì 9 dicembre 2021

Le polemiche sui fiori della Scala

        I FIORI DI ARMANI

DELLA DISCORDIA (SOCIAL)

Perfino le diecimila rose e le tremila orchidee che lo stilista Giorgio Armani ha donato alla Scala in occasione

dell’inaugurazione della stagione lirica hanno scatenato

gli “odiatori da tastiera” che non perdono occasione pur di mettere il naso ovunque, quasi sempre malamente o scarsamente informati - Non è compito di Armani risolvere i problemi della città (che sono tanti) e la contestazione davanti allo storico teatro era sacrosanta - Armani, semplicemente è uno stilista anche nel campo floreale,

avendo creato Armani Fiori nel 2000, una realtà che fa onore all’Italia e addobba gli eventi più prestigiosi in tutto

il mondo - Oltretutto lo stilista piacentino, è socio sostenitore della Scala e, regalando gli addobbi floreali sul palco

ha fatto un gesto di speranza, per sottolineare lo spirito della ripresa alla (quasi) normalità in tempi di pandemia -

Sono i politici seri (se ci fossero) che devono lavorare

per risolvere i problemi della gente


di ACHILLE MEZZADRI

Ho assistito, guardando la diretta tv, alla diretta della “prima” , con il verdiano Macbeth che ha inaugurato ieri sera la stagione 2021 del Teatro alla Scala. Se avessi voluto scrivere una critica all’allestimento e alla  compagnia cantante (ma non è mio compito e comunque non ne sono in grado) l’avrei fatto a caldo ieri sera (a parte due righe su Facebook). Invece oggi ho notato che sullo stesso “Faccialibro” sono scoccate polemiche sullo straordinario addobbo floreale che ha abbellito, con diecimila rose in quattro nuances di arancione e tremila rami di orchidee arancioni, i 51 palchi dello storico teatro del Piermarini. Gli “odiatori da tastiera”, che non perdono occasione di dire la loro su Facebook e altri social in qualunque occasione, ma quasi sempre malamente o scarsamente informati, sostengono che questi soldi dovrebbero essere usati per obiettivi molto più nobili piuttosto che per addobbare i palchi di Vip che in alcuni casi non sono nemmeno appassionati di lirica. Se fosse che questi fiori sono stati voluti dal Comune, dalla Regione, dal Governo o dalla presidenza della Repubblica, gli “haters” avrebbero ragione. Invece i fiori sono  stati, ampiamente pubblicizzati e quindi senza sotterfugi, dalla “Armani Fiori”, uno dei marchi e delle attività del grande stilista Armani, che lo creò nel 2000, lo stesso anno in cui aprì la sede di via Manzoni a Milano. Armani Fiori è un altro fiore all’occhiello... 

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giovedì 2 dicembre 2021

La storia dei nipoti di Monsignor Marocchi

L'ULTIMO PICCOLO MIRACOLO

DEL MIO PRAMZANBLOG

La Gazzetta di Parma ha pubblicato, su due pagine, un mio articolo sulla vicenda dei nipoti del prelato scomparso, Dado Pietro Marocchi, che hanno incontrato a Parma, per la prima volta, Paola Marocchi, una cugina che vive da annicon il fratello Gabriel a New York - Si tratta di un piccolo miracolo del web perché l’incontro è la conseguenza di un articolo che scrissi su Pramzanblog e che, letto casualmente da Gabriel, consentì a lui e alla sorella Paola, di mettersi in contatto  con i cugini parmigiani, che non avevano mai conosciuto

di ACHILLE MEZZADRI

Nel maggio del 2008, quando inventai Pramzanblog, pochi giorni dopo la nascita della Gazzetta online, mai avrei potuto immaginare che 13 anni e mezzo dopo, lo storico giornale che mi vide cronista nella seconda metà degli anni Sessanta, mi avrebbe messo a disposizione due pagine (dico due) per ospitare un mio articolo su una storia uscita proprio, tanti anni fa, sul mio giornal-blog alla pramzàna che imperversò spavaldo ogni giorno per cinque anni, barcamenandosi saltuariamente ancora un po’ e chiudendo infine i battenti. Invece è successo che la Gazzetta di Parma  diretta da Claudio Rinaldi ha appena pubblicato la storia dei cugini Marocchi, nipoti del mai dimenticato monsignor Arnaldo Marocchi, che si sono abbracciati per la prima volta con una cugina americana, Paola Marocchi, cresciuta in  Argentina, che vive da anni a New York, nel celeberrimo quartiere di Brooklin, così come il fratello Gabriel. Proprio quel Gabriel che ai tempi magici della mia creatura, quando i miei scoop parmigiani si rincorrevano e spesso venivano ripresi da altre testate parmigiane (compresa la Gazzetta), mi scrisse..... 

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lunedì 1 novembre 2021

Quella patetica “guerra civile” su Facebook: una bolgia dantesca

Mark Zuckerberg, quando il 4 febbraio 2004, a vent’anni, fondò Facebook nella mensa di Harvard, probabilmente non immaginò che nel 2021 sarebbe diventato l’ottavo uomo più ricco del mondo e nemmeno che il suo social sarebbe diventato, in tutto il mondo, non soltanto occasione di amichevoli incontri e proficui scambi di vedute, ma perfino palestra per cruente battaglie all’arma bianca tra, estimatori e detrattori di qualunque ideologia o strategia - Chiunque ha il diritto (e io dico purtroppo) di dire la sua, anche usando modi irrispettosi e spesso al limite del buonsenso o perfino della legalità


di ACHILLE MEZZADRI


I
n questi tempi malsani, causati dai fattori più svariati (la pandemia, le crisi economiche, l’instabilità della politica nel mondo, le guerre) la maleducazione a 360 gradi ha trovato terreno fertile, anche grazie alla popolarità dei social, dei quali fruiscono tutti, dai bambini agli adulti, dalle persone fragili alle menti più evolute, dagli haters (in italiano gli “odiatori” che insultano o deridono tutti coloro che non la pensano come loro) a quelli che vorrebbero soltanto cercare un dialogo. Facebook, in alcuni casi, è diventato una specie di bolgia dantesca, una Malebolge del Terzo Millennio dove sproloquiano adulatori e lusingatori, consiglieri fraudolenti e seminatori di discordia e scismatici, proprio come in Malebolge, l’ottavo Cerchio dell’Inferno. 
Non sempre. Va a momenti. Ci sono quelli della cosiddetta arlìa (gli sfottò alla parmigiana) tra tifosi (mezza Italia schierata contro la  “Rubentus”, accusata di non meritare parte dei tanti trofei conquistati), ci sono quelli della contrapposizione di appartenenze politiche (bianchi contro neri, guelfi contro ghibellini, destra contro sinistra), ci sono quelli, di strettissima attualità, sul DDL Zan o sul Green Pass. Tutti contro tutti, armiamoci e partite. Non è forse questa una specie di guerra civile combattuta non con le armi bensì con le parole?............

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sabato 2 ottobre 2021

La rinascita di San Francesco del Prato


 IN QUELL’EX CARCERE TORNATO CHIESA 
C’E’ ANCHE (IN PARTE) LO ZAMPINO DEL MIO PRAMZANBLOG

La riapertura al culto dell’ex carcere di Parma che era stato per 600 anni chiesa consacrata è sicuramente uno degli eventi più importanti di Parma capitale italiana della cultura 2020+2021 - Ho la soddisfazione e l’orgoglio di ricordare

che dieci anni fa il mio giornal-blog parmigiano si battè tenacemente per la riapertura al culto della chiesa - Fu un lettore, Elvis Piovani, poi diventato uno dei più preziosi collaboratori, a gettare il sasso nello stagno - Nacque così la battaglia “Salviamo San Francesco del Prato”  - E' passato

tanto tempoma finalmente

il nostro sogno di dieci anni fa si è realizzato


di ACHILLE MEZZADRI

Era ora. Finalmente, dopo tanti (troppi) anni di attesa, di speranze e delusioni, di battaglie vinte e perse e dopo un’opera di restauro durata 700 giorni, la chiesa di San Francesco del Prato, che ai tempi della mia gioventù era ancora il carcere di Parma, ha riaperto ufficialmente al culto. E la notizia non può che riempirmi il cuore come parmigiano, ma anche come inventore del mio Pramzanblog, il  giornal-blog tutto parmigiano che imperversò felicemente dal 2008 al 2013, sopravvivendo poi saltuariamente per un po’. Per i giovanissimi che non hanno potuto assaporare, per motivi anagrafici, l’aria pramzàna della mia creatura, che spaziava dalla storia patria al Regio, dal dialetto al Parma calcio, dal culto della  parmigianità alle interviste ai più importanti personaggi made in Parma, dagli anolini al lambrusco, potrebbe sembrare strano che una piccola creatura del web si sia battuta per la riapertura della chiesa. Invece fu proprio così. Da cronista e inviato di vecchio corso mi pareva normale impegolarmi in battaglie da vincere e nel cercare scoop. Così Pramzanblog riuscì a far ottenere la cittadinanza onoraria al baritono Leo Nucci, a far intitolare una via all’ex arbitro di rugby Geo Tolentini, a non far spostare da piazza della Macina la statua a Enzo Sicuri, a vigilare sulla destinazione della statua di Toscanini, che era a rischio. E allo stesso tempo non mi feci scappare la ghiotta occasione di battermi per una causa nobilissima, appunto la riapertura di San Francesco del Prato.... 

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L'INTERVISTA DEL 2010 ALL'EX RETTORE FERRETTI 

LA RIAPERTURA DI POCHE ORE DEL 2011

domenica 8 agosto 2021

A Lido di Jesolo c'è un albergo speciale


FIDO NELL’HOTEL DELLE MERAVIGLIE

Di alberghi, anche a quattro stelle, che sono pet friendly e che accettano

di ospitare iquattro zampe ce n’è sempre di più - Ma il Croce di Malta

di via Altinate, diretto da Piefrancesco Contarini, è probabilmente il “numero uno” - Da anni ha un occhio di riguardo per i cagnolini, ma ormai è un “fuoriclasse”

nel campo - Quest’anno si è arrivati perfino a 15 ospiti pelosini

contemporaneamente - L’organizzazione è talmente perfetta che nessun ospite

non pet friendly ha avuto occasione per lamentarsi



di ACHILLE MEZZADRI


Già in un altro articolo dedicato al barman Andrea Placì dell’Hotel Croce di Malta ho avuto occasione di segnalare la sapiente maestria del direttore dell’albergo, Pierfrancesco Contarini (nel riquadro qui sotto) che ogni anno sforna 

ovità per mettere a proprio agio i suoi clienti, grazie anche all’efficienza della sua “squadra”, di alto valore in tutti i ruoli. Il fiore all’occhiello dell’hotel è sempre stato la cucina, con abbondanza di proposte tutte a cinque stelle. Ma Contarini, da anni, si è messo in testa di accontentare anche gli amici dei pelosini che spesso si trovano in difficoltà ad andare in vacanza con loro in albergo. Già sei anni fa, con la mia  precedente cagnolina, Cindy, scelsi il Croce di Malta proprio perché ospitava volentieri i cani ed aveva addirittura una spiaggetta dedicata esclusivamente a loro. Fu un’esperienza molto piacevole, poi ripetuta. Ma....

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mercoledì 4 agosto 2021

Un barman d'eccezione a Lido di Jesolo

 E ANDREA PLACÌ INVENTÒ

IL COCKTAIL “MALTESE”

Salentino di Casarano, è il barman dello storico Hotel Croce di Malta di Lido di Jesolo, che ha appena compiuto 50 anni di vita - Quasi per gioco, su mia richiesta, ha creato un nuovo cocktail, a base di grappa, vodka, spremuta di pompelmo rosa fresco e un “top” di Galliano, che ho chiamato “Maltese”, con evidente riferimento all’albergo


di ACHILLE MEZZADRI

Si fa presto a dire barman. Mica son tutti uguali. Ci sono quelli che se la tirano o che fanno le acrobazie con il tumbler per ipnotizzare i clienti. Oppure quelli che miscelano gli ingredienti di un cocktail con misurazione, però con la sapienza e la professionalità fondamentali per arrivare alla perfezione. È così che sono nati cocktail storici come il Bellini, il Moscow Mule, la Caipirinha, e via dicendo. Ecco, io ho avuto la fortuna di conoscere un barman della seconda schiera. Si chiama Andrea Placì, ha 40 anni, è pugliese di Casarano (cittadina salentina di ventimila abitanti di cui va fiero), si vergogna un po’ di non saper ballare la pizzica (“ma mia moglie e mia figlia sono bravissime”), ed è il “maestro di cocktail” dell’hotel fronte mare a quattro stelle Croce di Malta, a Lido di Jesolo. Lavorando qui dal 2007 è diventato una delle colonne di questo albergo che ha appena compiuto i 50 anni di vita e che è diretto magistralmente dalla colonna numero uno, Pierfrancesco Contarini, cogno- me da doge antico ma abilità da manager moderno che una ne fa e cento ne pensa. Così come meritano una citazione...

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martedì 9 febbraio 2021

La scomparsa di Laura Abbati Michelotti


 MICHELOTTI HA PERSO IL SUO ANGELO

Oltretorrentina come l’ex arbitro, che sposò nel 1955 e dal quale ha avuto due figlie, Sonia e Vania, era una donna speciale,

che ha interpretato nel modo più dolce i ruoli di moglie, madre e nonna


di ACHILLE MEZZADRI

Michelotti non ha più accanto il suo angelo. La moglie Laura, da tempo sofferente, ha lasciato tutti quelli che l’hanno conosciuta (me compreso) con una profonda tristezza. Perché era una donna speciale, una grande moglie, madre, nonna. Non sto a ricordare la sua vita, già raccontata in modo esaustivo e mirabile da Lorenzo Sartorio nell’articolo pubblicato oggi dalla Gazzetta di Parma. Ricordo solo che, oltretorrentina di nascita, come Alberto, che sposò nel 1955 dandogli due splendide figlie, Sonia e Vania, aveva mantenuto per tutta la vita quello spirito forte, tutto energia e simpatia, che ha caratterizzato quelli dedlà da l’acua ‘d ‘na volta. Ho avuto la fortuna...

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domenica 7 febbraio 2021

La tragedia sull’A14


 BETTY BARBIERI, L’ANIMALISTA 

CHE HA DATO LA VITA

PER SALVARE I CAGNOLINI

In un terribile incidente che ha coinvolto all’alba due mezzi pesanti  e un furgone dell’Associazione “I figli di nessuno”, con tanti cani e gatti da dare in adozione al Nord, son o morti la volontaria Elisabetta Barbieri, di Rho, detta Betty, e un volontario di Cuggiono - Un terzo volontario è ricoverato all’ospedale - Durante il terribile impatto, nel quale ha perso la vita anche un cucciolo di pastore tedesco, alcune gabbie si sarebbero aperte e molti cani e gatti sono fuggiti terrorizzati, riversandosi sull’autostrada - Il tratto ddell’A14 è stato chiuso - Betty Barbieri era la stessa che nel luglio scorso fu sullo stesso furgone che ci portò la nostra Kira


                                                    di ACHILLE MEZZADRI


Una parola sola: terribile. Questa mattina, intorno alle 5:30, nel tratto dell’A14 tra Pesaro e Cattolica, in direzione di Bologna all’altezza del chilometro 148, un furgone dell’Associazione “I figli di nessuno”, carico di cani e gatti da dare in adozione al Nord, è venuto a collisione con due mezzi pesanti e il bilancio è stato pesantissimo: la staffettista Elisabetta Barbieri di Rho, molto conosciuta nell’ambiente animalista come Betty, e un volontario diu Cuggiono, sono morti sul colpo, mentre un altro volontario è stato ricoverato, in gravi condizioni, all’ospedale. Durante il terribile impatto ha perso la vita anche un cucciolo di pastore tedesco rimasto intrappolato nella sua gabbia. Altri cani, a causa della probabile apertura di altre gabbie, sono fuggiti terrorizzati e sembra che siano stati ...

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sabato 6 febbraio 2021

La scomparsa di Luciano Micconi


QUELLA TELEFONATA IN PRAMZÀN

A PRAGA CON EGISTO CORRADI…

Tra pochi giorni, il 15 febbraio, avrebbe compiuto 99 anni -

Per solo un anno non ha realizzato il sogno

di diventare centenario -  Punto di riferimento per tre

generazioni di giornalisti parmigiani, è stato

l’indimenticabile segretario dei redazione del “Corriere della sera”, con ben sette direttori, da Alfio Russo a

Ugo Stille - È diventata storica la sua telefonata in dialetto parmigiano nel ’68 con Egisto Corradi, inviato

a Praga durante l’invasione sovietica

- Era lo zio materno dello chef stellato Massimo Spigaroli


di ACHILLE MEZZADRI


Micconi con Molossi e Rossi

Ricordando Luciano Micconi, scomparso a 98 anni, quando ormai gli mancavano soltanto pochissimi giorni per compirne novantanove il 15 febbraio (non ce l’ha fatta a realizzare il sogno di diventare centenario) mi viene da definire questo caro amico come una specie di “guru” del giornalismo parmigiano (e non solo). Perché Luciano non è stato soltanto un ottimo giornalista del Corriere della sera, del quale ha ricoperto i ruoli di cronista, capo degli interni, caporedattore e di leggendario segretario di redazione con sette direttori, da Alfio Russo a Ugo Stille, ma perché è stato il punto di riferimento di tre generazioni di giornalisti parmigiani e non solo. Sempre pronto a ideare, imbastire eventi,  rimpatriate, dare il suo contributo utilizzando le sue mille conoscenze.

Tutti gli volevano bene, perché, come si dice a Parma....

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venerdì 5 febbraio 2021

Chiedi chi era... Benito Montan

 QUANDO "NICCHIO" MI CHIESE:

"PERCHÈ MI DAI DEL TU?"

Trentotto anni fa, il 5 febbraio 1983, morì il grande giornalista Benito Montan, che fu “anima”

della redazione parmigiana del “Resto del Carlino” -

Amante della montagna, si sfracellò sull’Alpe di Succiso - Aveva 57 anni - Il mio primo incontro-scontro con lui fu per me una grande lezione di vita


di ACHILLE MEZZADRI


Il 5 febbraio dell’83, 38 anni fa, ero già a Milano da 12 anni, ma rimasi folgorato da una notizia che mi fu data per telefono da un amico: era morto Benito Montan, tradito dalla sua passione per la montagna. Si era sfracellato, a 57 anni, all’Alpe di Succiso, il monte che sovrasta il passo del Cerreto e il Passo del Lagastrello. Era in compagnia di un amico, l’avvocato Carlo Andrea Cremonini. Scivolarono entrambi, ma lui non ebbe scampo, mentre l’amico, nonostante le gravi ferite, si salvò. Il primo a riconoscere la salma fu, appena arrivato sul posto, Giovanni Ferraguti.

Io avevo conosciuto Montan ai tempi in cui io ero cronista alla Gazzetta di Parma e lui guidava la redazione del Resto del Carlino. Era, per me, un “nemico”, perché i due giornali erano divisi da un’accesa rivalità e il Carlino, diretto magistralmente dal “Nicchio” (questo era il suo soprannome) ci teneva il fiato sul collo. Prima di lui Aristide Barilli era bravo, ma non riusciva a spaventare noi cronisti della Gazza. Con il “Nicchio” era in corso una guerra all’ultimo scoop. L’allora nostro segretario di direzione, Bruno Castelli, aveva anche il compito...

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